Ci sono giornate di lavoro che raccontano chi siamo meglio di qualsiasi documento. Questa è una di quelle. Sono Federica, case manager nei servizi di accoglienza di META, e voglio portarvi dentro un venerdì pomeriggio in un appartamento di Monza. Una spesa da fare insieme, un tè preparato secondo tradizione, sette storie che cercano ascolto. Niente di straordinario, in apparenza. Eppure è proprio lì, in quei gesti semplici, che prende forma il senso del nostro lavoro.
Dal 2025 lavoro nei servizi di accoglienza per persone migranti di META. Sono case manager e questo, concretamente, significa che seguo le persone accolte in diverse abitazioni presenti nella provincia di Monza e Brianza. Formalmente questi alloggi si chiamano “Unità Abitative CAS”: in concreto sono le case dove le persone vivono durante il percorso di richiesta di protezione internazionale.
Tra quelle che seguo, un appartamento a Monza abitato da sette uomini pakistani nel tempo è diventato qualcosa di più di un alloggio: è diventato il luogo che veramente chiamano casa.
Un venerdì di febbraio
Ogni due settimane vado a fare la spesa con gli ospiti di questo appartamento. Li accompagno, poi li riporto a casa con l’auto perché i sacchetti pesano. Quel venerdì di febbraio arriviamo e sono quasi tutti presenti in casa, e si capisce subito che l’aria è pesante. Nell’intimità della cucina, uno dopo l’altro, iniziano a tirare fuori quello che hanno dentro: “Ma il mio documento?”, “Ma la mia commissione quando arriva?”, “Ma questo appuntamento?”. Non è successo niente di specifico. È la fatica quotidiana dei tempi di attesa, della burocrazia che si dilata, dell’incertezza che logora.
A un certo punto uno di loro racconta qualcosa che mi colpisce. Dice che sua moglie, rimasta in Pakistan, ogni mese gli chiede spiegazioni: perché ci vuole così tanto tempo? Sta iniziando a mettere in dubbio quello che lui le racconta. Lui non sa più come spiegarglielo. È un dettaglio che sembra piccolo, ma apre una finestra su tutto quello che non vediamo: dietro ogni persona che incontriamo c’è un mondo intero di legami, attese, pressioni. Noi ne vediamo solo la punta dell’iceberg.
Il tavolo apparecchiato
È proprio in quel momento che succede qualcosa. Mentre la frustrazione riempie la stanza, uno degli ospiti con una grande passione per la frutta si alza e inizia a preparare il tavolo. La frutta fresca tagliata e disposta con cura, la frutta secca, il chai fatto secondo tradizione. Non si tratta del solito “ti posso offrire un caffè?” a cui siamo abituati: è un vero rituale di accoglienza. Siediti, prima ci ambientiamo, poi parliamo. E non provare a bere solo il tè: quello che c’è in casa viene messo sul tavolo e condiviso. Ogni volta è diverso: un giorno è la banana tagliata in un certo modo, un altro è il piatto con tutta la frutta secca. Ma il gesto è lo stesso: ti riconosco, sei qui, condividiamo.
Io, Eleonora e Rashed, lo staff META presente quel giorno, ci sediamo. E la conversazione cambia. Non spariscono le preoccupazioni, ma trovano uno spazio diverso dove stare. Tra un sorso di chai e un pezzo di frutta, le persone si raccontano. E noi ascoltiamo.
Il lavoro che non si vede
Qualcuno potrebbe pensare che ci siamo semplicemente seduti a bere un tè. In realtà momenti come questo sono il cuore del nostro lavoro. Non esistono ricette valide per ogni contesto: in questo appartamento la relazione passa dal rituale dell’accoglienza a tavola, perché questa è la loro forma culturale di dire “ti riconosco”. In altri appartamenti che seguo funziona in modo completamente diverso: in uno si costruisce un legame sistemando un armadio insieme; in un altro c’è una mamma che ama fare le torte, e la relazione nasce dall’impastare fianco a fianco; in un altro ancora la porta si apre solo attraverso qualcosa di concreto. Ti aiuto a pagare la mensa scolastica, e in quel gesto di alleanza mi racconti la tua vita.
Il nostro lavoro è riconoscere queste porte e attraversarle insieme alle persone. Non si tratta di replicare un format, ma di leggere ogni contesto, cogliere quello che emerge e trasformarlo in occasione di fiducia. Oggi è un tè, domani è un letto da montare insieme. E dentro quel gesto ci metti ascolto, presenza, relazione.
Uscire con qualcosa in più
Quel pomeriggio, quando esco dall’appartamento, mi porto dietro una sensazione di calore. Abbiamo parlato di cose difficili, le nostre vite sono molto diverse, eppure qualcosa si è condiviso davvero. Non è scontato: ci sono appartamenti dove le persone restano individui che vivono sotto lo stesso tetto. Qui invece hanno costruito una piccola comunità, che accoglie chiunque entri dalla porta.
Uscire e pensare “che bello”: è un pensiero forse un po’ egoista? Forse. Anche se abbiamo parlato di frustrazioni e attese, la mia giornata si è arricchita di un pezzettino. E credo che questo valga anche per le sette persone che oggi ci hanno accolto nella loro casa.